SALI DI LITIO
Era il 1991, anno di grandi incertezze. Le ideologie imperanti fino a quel momento, comunismo e capitalismo, versavano in grossa crisi; il boom economico era finito da un pezzo e il diritto al lavoro svaniva rapidamente; essere adolescenti, allora più che mai, era un tuffo nel vuoto da cui si poteva non risalire mai più. A settembre usciva “Nevermind”, il secondo album dei Nirvana. In poco tempo le urla strazianti di Kurt Cobain, il ritmo travolgente e immediato del gruppo di Seattle, le linee melodiche intrecciate alle dissonanze sonore si diffusero ovunque attraverso i walkman e le autoradio di mezzo mondo. Sembrava che tutto il disagio esistenziale scaturito da quell’epoca di transizione, in cui ogni valore era dissolto, si riversasse in una chitarra distorta e in una voce straziante. Canzoni come cassa di risonanza per chi sentiva di non avere più alcun ruolo. C’erano già state, in passato, le icone del rock, ma fino ad allora avevano sempre puntato l’attenzione sulle storture della società e la conseguente necessità di ribellione. Ora che invece “sembrava di essere a una distanza terribile dalla vita; di riuscire a sentirne solo echi e riverberi lontani: filtrati e adattati, doppiati e interpretati da altri” (per citare Andrea De Carlo, autore di uno dei romanzi più rappresentativi dell’epoca, “Due di due”), l’impegno sociale non era più sufficiente ad affermare la propria identità. Non c’era nulla a cui potersi aggrappare e il confine tra felicità e dolore diventava invisibile. “I’m so happy – ‘cause today I found my friends – they’re in my head” cantava Cobain in uno dei suoi pezzi più iconici. Non a caso il brano si intitolava “Lithium”, come il minerale utilizzato nelle batterie. Il litio però era (ed è) anche un farmaco, uno dei più efficaci nel trattamento del disturbo bipolare. Il disturbo bipolare è quella condizione in cui una persona può diventare fortemente eccitata, euforica, a volte irritabile, fino ad assumere comportamenti insoliti in cui potrebbe anche mettere a rischio se stessa o chi le sta intorno. L’utilizzo del litio in psichiatria è antico, risale addirittura al XIX secolo. All’inizio era considerato un farmaco pericoloso perché spesso causava delle intossicazioni che potevano portare anche alla morte. Eppure il suo effetto positivo sui sintomi di eccitamento era così evidente da essere sfruttato persino dall’industria delle bevande: la prima versione della bibita 7Up conteneva proprio il litio e, per questo, veniva pubblicizzata come un valido rimedio per l’ubriachezza. La svolta in ambito medico si ebbe soltanto nel 1949, quando lo psichiatra australiano John Cade iniziò a condurre i primi studi sistematici sulla molecola. La psichiatria ufficiale rimase scettica fino agli anni ’70, quando dovette arrendersi all’evidenza che il litio risultava effettivamente molto efficace dal punto di vista terapeutico. Certo rimaneva il problema che, se assunto in dosi superiori al consentito, poteva causare gravi intossicazioni. Dosarne la quantità presente nell’organismo non era però difficile, bastava effettuare frequenti esami del sangue per accertarsi che non superasse mai un certo valore. E' vero, può sembrare strana l’idea di introdurre nel proprio corpo un metallo ma, a onor del vero, in medicina non è mai stato utilizzato il litio puro. Si è sempre trattato invece dei suoi sali, la combinazione cioè del litio con altri elementi come l’acido carbonico o l’acido solforico. Questi composti sono molto più stabili e sicuri di quello che comporterebbe nel corpo l’ingestione del solo litio. Oggi tutte le linee guida per la cura del disturbo bipolare indicano i sali di litio come trattamento di prima scelta, superiore a qualsiasi altro farmaco. Il suo meccanismo d’azione non è ancora del tutto chiaro, sappiamo che agisce inducendo modifiche intracellulari nei neuroni e modulando la trasmissione sinaptica. Al pari di qualsiasi altro farmaco, anche il litio può causare effetti indesiderati, tra cui i più frequenti sono nausea, aumento della sete, poliuria, tremore, aumento del peso, sonnolenza. Come per ogni trattamento medico, l’eventuale insorgenza di qualcuna di queste condizioni deve essere discussa con lo specialista di fiducia, che valuterà costantemente il rapporto rischio/beneficio della terapia e appronterà tutti i rimedi possibili. Quando assunto per molti anni, inoltre, il litio potrebbe causare danni ai reni, alla tiroide e alle paratiroidi. E’ molto importante quindi il monitoraggio costante, attraverso specifici esami del sangue, del funzionamento di questi organi. Non esiste ancora il farmaco perfetto, la soluzione a tutti i mali libera da qualsiasi rischio, ma i sali di litio possono essere ritenuti a tutti gli effetti un presidio terapeutico fondamentale e, affidandosi ai giusti professionisti, i pazienti non dovrebbero esserne spaventati, qualora fosse proposto loro. Il disturbo bipolare non va sottovalutato, colpisce l’1-2% della popolazione (si stima che soltanto in Italia ne siano affette più di un milione di persone) ed è una delle patologie psichiatriche a più evidente componente genetica. Il litio non è certamente l’unica strategia percorribile, ne esistono altre e occorre sempre valutarle insieme al proprio psichiatra. “I’m not gonna crack” urla Kurt Cobain sul finale di Lithium, “Io non mi spezzerò”, che potrebbe essere un auspicio oppure un proposito. Purtroppo sappiamo come è andata a finire la sua storia ma la nostra è ancora tutta da scrivere e dobbiamo poter utilizzare tutte le risorse in grado di non farci spezzare.
Lithium: current state of the art and future directions
Gitlin M, Bauer M
International Journal of Bipolar Disorders. 2024. 12:40.
Bipolar disorder
Grande I, Berk M, Birmaher B, Vieta E
Lancet. 2016. 387(10027):1561-1572
