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LIBERO ARBITRIO E CAPACITA' DI INTENDERE E VOLERE

LIBERO ARBITRIO E CAPACITA' DI INTENDERE E VOLERE

Qualche giorno fa, a Milano, una donna che passeggiava in pieno giorno è stata accoltellata alla schiena da un passante, fortunatamente non è in pericolo di vita. Più tardi si è scoperto che l’autore del gesto era un uomo da poco uscito da una comunità riabilitativa, dove era stato inserito qualche anno fa come misura alternativa al carcere. In passato aveva compiuto un gesto analogo ai danni di altre due persone ma gli era stato riconosciuto un vizio parziale di mente e la conseguente compromissione della capacità di intendere e di volere. Secondo il nostro Codice Penale, infatti, chi si trova in uno stato di mente tale da “scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere o di volere, risponde del reato commesso ma la pena è diminuita”. L’episodio di Milano ha riacceso ancora una volta il dibattito sul rapporto tra malattia psichiatrica e pericolosità, sul ruolo terapeutico o contenitivo che dovrebbe avere la psichiatria. “Solo in Italia uno squilibrato così poteva girare indisturbato”, “I veri colpevoli non sono i matti ma chi li lascia liberi”, “Ci sono troppi malati di mente che vagano per le nostre città”, sono solo alcuni delle migliaia di commenti che si leggono sui social network. Al desiderio di esprimere la propria opinione non sfugge neanche chi si occupa di questi casi per lavoro, come la criminologa Roberta Bruzzone, che sulla sua pagina Facebook scrive “Quanti altri solitari con la mente compromessa dovranno tornare a colpire prima che si comprenda che la prevenzione psichiatrica non è un lusso ma una necessità di sicurezza pubblica?”. Ciclicamente, ogni volta che la cronaca si occupa di reati commessi da pazienti psichiatrici, l’ondata delle polemiche travolge qualsiasi barlume di raziocinio. I servizi di salute mentale vengono posti sul banco degli imputati per non essere stati in grado di prevedere il crimine, nonostante il loro mandato istituzionale e deontologico non sia la custodia ma la cura (è ancora così?). La veemenza con cui ci si accanisce contro chi opera nel settore è pari soltanto all’indignazione che suscita l’episodio opposto, quando cioè un paziente viene sottoposto a un TSO cruento o contenuto in un letto di ospedale con delle fasce. Gli operatori dei servizi di salute mentale si trovano a oscillare costantemente tra il ruolo di psicopoliziotti, col mandato di prevenire la pericolosità (sullo stile di Minority Report, gran libro di Philip K. Dick e gran film di Steven Spielberg), e quello di buoni samaritani, che invece devono accogliere dolcemente ogni forma di espressione esistenziale, anche la più violenta. Il tutto senza la minima base scientifica perché, se è vero che un chirurgo interviene soltanto con procedure già sperimentate e validate scientificamente, uno psichiatra non dispone di alcuna evidenza certa nel valutare la capacità di intendere e di volere o la eventuale presenza di pericolosità. Il concetto stesso di intenzione (capacità di comprensione del significato delle nostre azioni e delle loro eventuali conseguenze) e di volontà (capacità di controllare gli impulsi) non può essere relegato a una dimensione esclusivamente psicopatologica perché ha a che fare con aspetti esistenziali che vanno a sconfinare nella filosofia e nelle scienze umane. Negli anni ’80, il fisiologo Benjamin Libet sottopose alcuni soggetti a un esperimento: mentre ne registrava l’attività elettrica cerebrale, chiedeva loro di mantenere lo sguardo su un punto luminoso che girava rapidamente e poi di compiere un movimento improvvisamente e senza premeditazione. Dovevano quindi ricordare, attraverso la posizione del punto luminoso, l’istante esatto in cui avevano deciso di compiere il movimento. L’esperimento evidenziò che il loro cervello si attivava quasi mezzo secondo prima della consapevolezza della decisione. In pratica, ci ha dimostrato Libet, il nostro cervello decide ancora prima della nostra coscienza. Tale evidenza è stata poi confermata da numerosi altri studi di neuroscienze, sempre più precisi per via del progredire degli strumenti di indagine. Oggi, grazie anche a questi studi, è possibile affermare che tutti i nostri comportamenti sono il risultato di cause biologiche, per lo più legate all’interazione tra geni e ambiente. A questo punto, siamo così sicuri di poter distinguere tra libero arbitrio e determinismo? Invidio sempre chi ha certezze in questo campo e, anche stavolta, l’unico appiglio riesco a trovarlo nella filosofia, in questo caso in Soren Kierkegaard quando dice che “l’incertezza è la patria della libertà”.

Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness-potential). The unconscious initiation of a freely voluntary act
Libet B, Gleason CA, Wright EW, Pearl DK
Brain. 1983. 106:623-642


05/11/2025