LA PSICHIATRIA DEL 2026: AUSPICI E PROSPETTIVE
Avevamo lasciato il 2025 con “l’odore del napalm di mattina”, per citare il colonnello Hurtz di Apocalypse Now, e ci siamo ritrovati un 2026 con lo stesso lezzo di morte. Si stima che attualmente sono in corso oltre 50 conflitti armati, il numero più alto mai registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Siamo però in un blog sulla salute mentale e dovremmo occuparci soltanto di ciò che conosciamo bene, anche se a volte mi piacerebbe analizzare la tendenza autodistruttiva degli esseri umani. Quando un nuovo anno sta per cominciare, in genere cerchiamo di capire cosa ci aspetta e prevedere la strada da percorrere. Oggi proviamo a farlo riguardo alla psichiatria e alla salute mentale, uno dei temi più importanti per la società contemporanea. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha infatti stimato che oltre un miliardo di persone è affetto da una patologia psichiatrica e che l’ansia e la depressione sono diventate la prima causa di disabilità nel mondo. Nonostante questi dati, i governi investono nella salute mentale appena il 2% del budget destinato alla sanità (con forti differenze tra i vari Paesi, ma l’Italia non è certo ai primi posti). E’ quindi scontato che il principale auspicio per il 2026 è che la salute mentale acquisti maggiore dignità economica, ma non si scorgono all’orizzonte segnali che lascino intravedere un cambiamento in questa direzione. Sarebbe forse più utile individuare strategie che non implichino un incremento della spesa pubblica. Una di queste potrebbe essere la prevenzione, intesa come riduzione dei fattori di rischio e rinforzo delle risorse personali e sociali. La salute mentale inizia infatti nei primi anni di vita e molti disturbi psichici esordiscono già in adolescenza, se non prima. Si potrebbero allora implementare programmi preventivi nelle scuole, sia per individuare precocemente situazioni a rischio sia per fornire ai più giovani competenze per preservare il benessere emotivo. Un'altra aspettativa per il nuovo anno è la diffusione della cosiddetta “psichiatria di precisione”, un modello di intervento personalizzato per ogni singolo individuo a seconda degli aspetti biologici, psicologici e sociali. Persone con lo stesso disturbo possono infatti avere cause, evoluzione e risposte alle terapie molto diverse tra loro, per questo occorrono piani di trattamento che partano dalle caratteristiche del paziente e non da quelle della sua malattia. Altri grandi temi che dovranno essere affrontati nel 2026 sono il ruolo dei traumi e quello del sonno notturno. Già Freud, quando iniziò a occuparsi di psicologia, sosteneva che i disturbi psichici derivavano da esperienze traumatiche. Successivamente ridimensionò l’impatto del trauma identificandolo con fantasie inconsce e, per molto tempo, gli psichiatri e gli psicoterapeuti non gli diedero più una centralità nel percorso di cura. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la guerra del Vietnam, ci si tornò ad occupare dei traumi ma esclusivamente nel contesto del disturbo post-traumatico da stress. Negli ultimi anni, finalmente, si è iniziato a considerare il trauma non più come un evento a sé stante ma come interferenza cronica con i processi di sviluppo, che determina alterazioni neurobiologiche e influenza la regolazione emotiva e il senso di identità. Occuparsi oggi di salute mentale non può prescindere da un’attenta analisi del vissuto del paziente e di come questo abbia influito sul disturbo attuale. Per quanto riguarda il sonno notturno, dovremmo considerarne le eventuali alterazioni non più come sintomi accessori ma come veri e propri fattori di rischio e di mantenimento delle più frequenti malattie mentali. Il sonno è fondamentale infatti nella regolazione delle emozioni, nella riduzione dello stress e nel consolidamento della memoria. Il 2026 dovrà poi ridurre ancora di più la distanza tra salute mentale e uso di sostanze: quando ho iniziato questa professione, il trattamento delle tossicodipendenze era lontano dalla psichiatria sia per visione che per metodologie, oggi non può più essere così. Molte malattie mentali sono associate ad uso di sostanze e viceversa, le strategie terapeutiche devono quindi diventare combinate e ciò richiede una competenza specifica che ogni operatore del settore ha il dovere di far propria. Un tema a cui tengo particolarmente, in vista del nuovo anno, è quello del “burn-out”, l’esaurimento emotivo legato allo stress lavorativo cronico. Il burn-out non è riconosciuto ufficialmente come malattia ma si sta diffondendo come un’epidemia, probabilmente a causa di condizioni lavorative sempre più usuranti. Una maggiore sensibilizzazione in tal senso non solo è auspicabile, direi anche necessaria. Infine un ultimo pensiero, per questo 2026, va alla telepsichiatria e all’assistenza digitale: in un mondo dove la tecnologia sta ridefinendo le regole sociali, la salute mentale non può restare arroccata sul proprio castello rifiutando a priori i nuovi canali della comunicazione. Certo, rimarranno alcune criticità (privacy, accessibilità tecnologica, linguaggio non verbale) ma le potenzialità di utilizzo sono infinite, basti pensare alla possibilità di raggiungere utenti con problemi di mobilità o residenti in aree dove non esistono servizi sanitari specialistici, di garantire la continuità terapeutica anche in caso di assenze impreviste, di fornire interventi tempestivi in caso di necessità. In effetti, le prospettive per il nuovo anno sono davvero tante e tutte difficili e impegnative (tralasciando volutamente la questione dell’Intelligenza Artificiale, che magari sarà oggetto di discussione in un altro articolo del blog) ma le strade sono sempre fatte così, tortuose e imprevedibili. L’importante è attraversarle e vedere che succede.
