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JOHN FANTE E LA FRAGILITA' IDENTITARIA

JOHN FANTE E LA FRAGILITA' IDENTITARIA

Uno che fa il mio lavoro, psichiatra e psicoterapeuta, non dovrebbe affidarsi esclusivamente ai testi scientifici per comprendere il funzionamento della mente umana. La letteratura, a volte, descrive il comportamento delle persone meglio di qualsiasi trial clinico o manuale tecnico. Sarà per questo che, ogni volta che mi immergo in un romanzo, avverto la stessa sensazione che provo quando navigo nella storia reale di un paziente. Mi è accaduto anche ultimamente, leggendo “Chiedi alla polvere” di John Fante. Si tratta di un romanzo edito nel 1939 ma quanto mai attuale nella rappresentazione di alcuni aspetti con cui ho a che fare quotidianamente nel mio studio. “Chiedi alla polvere” fa parte di un ciclo in cui Fante racconta la storia di Arturo Bandini, suo alter ego, squattrinato italoamericano di povere origini che sogna di diventare uno scrittore famoso. Nel primo romanzo del ciclo, “Aspetta primavera, Bandini”, viene narrata la storia di famiglia: il padre emigra dall’Italia al Colorado in cerca di fortuna ma rimane un fallito, annegando la sua frustrazione nell’alcol e nel gioco; la madre, come molte donne italiane del secolo scorso, rimane devota al marito affidandosi alla fede religiosa; il piccolo Arturo si trascina tra fantasie megalomaniche e amori non corrisposti ma sembra non riuscire a sfuggire al destino comune dei poveracci, per i quali il sogno americano rimane sempre una chimera. In “Chiedi alla polvere” Arturo è cresciuto, ha pubblicato un racconto per una rivista e si è trasferito a Los Angeles con l’ambizione di avere successo. Anche da adulto non riesce però a trovare una direzione, non è capace di creare legami con gli altri, si contraddice sempre, vive con il costante senso di colpa di sentirsi diverso da ciò che vorrebbe essere. Si dichiara convinto di essere un grande scrittore destinato alla gloria ma sembra non crederci neanche lui, tant’è che sprofonda spesso in momenti di vergogna e autosvalutazione. Il problema principale di Arturo Bandini è un senso di identità molto fragile che lo porta a cambiare continuamente opinione di sé e degli altri. Di conseguenza è impulsivo, si definisce obiettivi sempre diversi non riuscendo mai a raggiungerli e, nel complesso, vive perennemente su un’altalena emotiva. A una lettura superficiale la sua autoesaltazione e la sua vanità potrebbero essere scambiati per narcisismo ma, in realtà, rappresentano una maschera per nascondere un grande senso di inferiorità. Non avendo un’identità definita è costretto a integrarla con i giudizi altrui ed è quindi costantemente portato a prestare attenzione a come viene percepito dagli altri. Ognuno di noi, inutile negarlo, è sensibile al giudizio esterno ma nel caso di Arturo il pensiero degli altri va a definire – temporaneamente – la sua intera identità. Ovviamente, quindi, vive avvolto da una costante ansia sociale perché anche la situazione più irrilevante potrebbe diventare fondamentale per la sua stessa vita. Quando poi si innamora, l’intero sistema, già di per sé precario, rischia di esplodere: Arturo conosce Camilla, una cameriera messicana per la quale prova un’intensa attrazione ma, allo stesso tempo, è per lui fonte di angosce abbandoniche. Lui vorrebbe essere amato ma il timore del rifiuto lo blocca, è come se provasse una tensione costante tra l’idealizzazione di una vita colma di amore, poesia, bellezza e la crudeltà del mondo reale impregnato di ipocrisia, cinismo, squallore. John Fante è uno dei grandi scrittori del ‘900 ma quello che mette in scena è universale, come lo sono altri personaggi simili a Bandini, dal Dedalus di Joyce che vaga per la strade di Dublino all’Holden di Salinger che vagabondeggia per New York. Quando, in psicoterapia, capita di doversi occupare della fragilità identitaria, si cerca di farlo attraverso un percorso di ridefinizione del sé che comprende l’esplorazione, l’integrazione e l’accettazione. L’identità può essere ricostruita, anche a partire da zero e anche in tarda età, quando si crede che non c’è più niente da fare. John Fante ne è la prova. Ha vissuto una vita di dolori e sofferenze non riuscendo mai a raggiungere quella fama a cui tanto ambiva. Fino alla fine degli anni settanta non lo conosceva nessuno, i suoi libri avevano venduto pochissimo. Aveva però un fedele ammiratore che si era ispirato a lui e che, a differenza sua, aveva ottenuto un grande successo. Charles Bukowski era infatti uno scrittore affermato, un’icona tra i giovani alternativi di quel periodo. Per riconoscenza nei confronti del suo mentore, nel 1980 costrinse il proprio editore a pubblicare una ristampa di “Chiedi alla polvere”. Ne scrisse anche la prefazione e il libro vendette moltissime copie in tutto il mondo. Da quel momento John Fante fu celebrato come meritava, dal pubblico e dalla critica. Il successo rivitalizzò il vecchio scrittore, ormai cieco e moribondo, che ebbe l’ispirazione per scrivere un ultimo romanzo, “Sogni di Bunker Hill”, con cui chiuderà la saga di Arturo Bandini. Pochi mesi dopo morì, mi piace pensare con un’identità finalmente ben definita, a conferma che c’è sempre tempo per il cambiamento.


09/12/2025