IL SENSO DI APPARTENENZA: RADICI, LEGAMI E BENESSERE
Mi ha sempre affascinato il concetto junghiano di “sincronicità”, secondo il quale a volte accadono coincidenze tra più eventi senza un evidente nesso di causa, ma che assumono un particolare significato se le correliamo alle nostre esperienze interiori. Non ho potuto non pensare alla sincronicità quando mi hanno invitato a partecipare a un evento formativo in Molise, per parlare di come il senso di appartenenza influenza la salute mentale. L’evento si terrà infatti a Fornelli, un borgo incastonato tra i colli della provincia di Isernia, vicino alla sorgente del Volturno e ai piedi delle Mainarde, terra di battaglie durante la Seconda Guerra Mondiale. La mia bisnonna Sofia nacque proprio a Fornelli, sul finire del 1800, ed è a queste lande abitate da cervi e ricoperte da faggi che potrei attribuire il mio senso di appartenenza. All’evento parteciperanno diversi colleghi “autoctoni”, che approfondiranno insieme a me questa tematica così complessa e affascinante. Non è un caso che se ne parli proprio ora, in un tempo in cui si confonde l’appartenenza con il fanatismo, in un’epoca in cui non si riesce a mantenere un’identità sociale senza la necessità di sentirsi superiori agli altri. Eppure il senso di appartenenza non richiede una separazione dagli altri, è proprio il contrario: il termine “appartenere” è composto dal prefisso latino “ad-” e dal verbo “pertinere”, che vuol dire “spettare”, “concernere”. Il suo significato quindi non è semplicemente “essere proprietà di qualcuno” ma è qualcosa in più, è letteralmente “far parte di qualcosa”. Perché vi sia senso di appartenenza non basta legarsi a un gruppo di persone, occorre che ci si senta accettati e riconosciuti, che si abbia la percezione di sentirsi connessi agli altri. Quante volte, ad esempio al lavoro, ci sentiamo inseriti in un gruppo senza che ci sia accettazione, riconoscimento e interconnessione? I nostri datori di lavoro credono che, mettendo insieme più persone, queste caratteristiche nascano automaticamente, eppure un vecchio adagio diceva “non c’è peggior solitudine che quella di essere soli in mezzo a tanta gente”. Essere parte di un lavoro di gruppo non significa necessariamente essere parte di un gruppo di lavoro. In fondo, il concetto che un individuo ha di se stesso non deriva soltanto dalla sua identità personale (dal modo, cioè, in cui i suoi pensieri, il suo comportamento e le sue emozioni lo differenziano dagli altri) ma anche dalla sua identità sociale (o dalle categorie sociali a cui sente di appartenere). Una recente revisione sistematica ha dimostrato come i programmi di peer support (supporto tra pari) per utenti con disturbi psichiatrici determinano significativi miglioramenti in termini di speranza, benessere soggettivo, qualità della vita e empowerment. Gli Autori della revisione sottolineano come l’elemento centrale dei programmi di peer support sia la condivisione delle proprie esperienze con persone che hanno vissuti simili. Mi viene in mente la storia di Chris McCandless, raccontata nel romanzo “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer e nel film “Into the wild” di Sean Penn: Chris non si identificava più in nessun valore della società contemporanea e decise per questo di rinunciare ai propri documenti, ai soldi, ai legami affettivi (in pratica all’identità sociale) per andare all’esclusiva ricerca della propria identità personale. Quando fu ritrovata, nel Magic Bus dove si era rifugiato, una copia de “Il dottor Zivago”, all’interno del libro Chris aveva annotato il suo ultimo pensiero: “Happiness is real only when shared”. Aveva forse compreso che l’identità personale non può scindersi da quella sociale perché l’essere umano non è semplicemente un essere ma è, meravigliosamente, un esser-ci. Vi aspetto a Fornelli (IS) il 18/10 alle ore 17.00 presso l'Auditorium Comunale.
The effectiveness of peer support in personal and clinical recovery: systematic review and meta-analysis
Egmose CH, Poulsen CH, Hjortoj C, et al.
Psychatr Serv. 2023, Aug 1;74(8):847-858.
