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IL MIO NUOVO STUDIO

IL MIO NUOVO STUDIO

Quando lavoravo in ospedale e al Centro di Salute Mentale, una delle cose che non sopportavo era la scarsa cura degli spazi. Fortunatamente c’era sempre un’infermiera che appendeva al muro un quadro vivace, un’educatrice che acquistava di tasca sua una poltroncina colorata, un’anziana dottoressa che annaffiava il vaso di fiori, ma le loro iniziative non bastavano mai a rendere più confortevole l’atmosfera fredda e asettica. D’altronde cosa aspettarsi da un pavimento in linoleum, dalle pareti ingiallite e dalle luci al neon? Per non parlare degli armadietti di alluminio e delle veneziane perennemente rotte. Certo, la sanità pubblica è in crisi e si risparmia dove si può, ma ho sempre pensato che l’estetica ambientale sia una componente fondamentale per i luoghi dove si cerca di curare le persone. La luce di una lampada, i riflessi delle finestre, l’odore dell’aria, il legno di una scrivania o la comodità di una sedia influenzano significativamente il benessere psicofisico. Lo spazio attorno a noi non è mai neutro ma modula le emozioni, l’attenzione, il senso di controllo e di sicurezza. Nel 1984 lo psicologo Roger Ulrich condusse una ricerca per capire quali fossero le caratteristiche ambientali associate a un maggior tasso di guarigione nei pazienti ricoverati in ospedale. Scoprì che i tempi di degenza erano significativamente più brevi nelle persone che erano state ricoverate in alcuni tipi di stanze rispetto a quelli che invece erano stati sistemati altrove. Le due tipologie di stanze differenziavano esclusivamente per la presenza di una finestra dalla quale si potevano osservare gli alberi. Fu una scoperta sensazionale, la prova definitiva che il modo in cui è organizzato lo spazio intorno a noi influenza direttamente la nostra salute. La visione quotidiana di un bel panorama non soltanto ci mette di buon umore, ma ci fa guarire più velocemente dalle malattie. Le neuroscienze, in effetti, ci hanno fornito diverse prove che l’architettura ha un effetto tangibile sul nostro organismo: ad esempio, oggi sappiamo che gli spazi affollati, rumorosi e disorganizzati, favoriscono l’attivazione del sistema ortosimpatico, con conseguente stato di stress; al contrario, ambienti armonici e proporzionati favoriscono l’attivazione del sistema parasimpatico e, quindi, uno stato di rilassamento. Tutti noi abbiamo sperimentato che soffitti troppo bassi possono farci sentire più tesi mentre la profondità visiva di una parete migliora la nostra capacità di attenzione. Non è un mistero neanche che le luci fredde aumentano la vigilanza e quelle calde favoriscono la calma. Il rapporto tra cervello e architettura è oggetto di studio da tanti anni, esiste addirittura un’associazione internazionale che unisce neuroscienziati e architetti con lo scopo di studiare come il cervello risponde al contesto spaziale (si tratta dell’ANFA - Academy of Neuroscience for Achitecture). Per quanto riguarda gli ambienti sanitari, la ricerca ha dimostrato che un ambiente in cui è possibile percepire il senso di controllo (ad esempio, poter scegliere dove sedersi), in cui ci si sente garantiti nel proprio bisogno di riservatezza, in cui l’arredamento non è eccessivamente medicalizzato, favorisce l’adesione alle cure e migliora gli esiti dei trattamenti. Per tutti questi motivi, ho sentito l’esigenza di creare uno spazio che rispecchiasse quello che, per me, significa accoglienza. Un luogo dove il paziente possa sentirsi a proprio agio come se fosse in un salotto di casa e dove possa lavorare sulle proprie emozioni in maniera rassicurante ma, al tempo stesso, stimolante. L’ispirazione di questo luogo è stata la musica jazz, che più di ogni altra cosa assomiglia a quello che accade in psicoterapia: sia il jazz che la psicoterapia seguono regole rigide che hanno a che fare con la conoscenza della tecnica, ma entrambe prevedono anche dei momenti in cui si improvvisa, ci si lascia andare, si crea un caos che è solo apparente perché le note dissonanti poi trovano sempre un posto nella composizione complessiva. Terapeuta e paziente, come in un duo jazz, si accompagnano l’un l’altro cercando di creare un’armonia nel rispetto della melodia dell’altro. Un mio vecchio maestro della scuola di psicoterapia mi disse: “Studia la teoria, impara la tecnica, poi dimentica tutto e inizia a parlare con i pazienti!”. Anni dopo ho scoperto che aveva citato Charlie Parker, uno dei più grandi sassofonisti jazz (“Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto e suona ciò che detta la tua anima!”). All’inizio di un percorso terapeutico tutto appare nero e vuoto poi, a mano a mano, le prime note iniziano a colorare la tela fino ad assumere una forma definita che si scorge tra i colori, pur rimanendo fluida e sospesa. E’ un po’ quello che accade in questo dipinto di Massimo Chioccia e Olga Tsarkova, un’opera che è diventata il simbolo del mio nuovo studio e che, ogni volta che la guardo, mi dà la voglia di continuare a fare questo lavoro.

Ulrich RS
View through a window may influence recovery from surgery. 1984
Science 224(4647): 420-421

Laursen J, Danielsen A, Rosenberg J
Health care environments and patient outcomes: a review of the literature (2003)
Environment and Behavior. 35(5): 665-694.

https://www.chiocciatsarkova.com/

 

 

 

 


06/02/2026