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IL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

IL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

Tra pochi giorni uscirà al cinema il film più atteso dell’anno (almeno per me, ovvio): “Odissea” di Christopher Nolan. Si incontrano uno dei miei registi preferiti e il mito per eccellenza, quell’Ulisse che mi accompagna fin dai tempi del liceo e che mi ha indotto a vivere sempre con il desiderio di scoperta. Tutti conoscono l’eroe di Itaca, il suo coraggio, il suo carisma e la sua sete di conoscenza. “Fatti non foste a viver come bruti” è una delle frasi più celebri della Divina Commedia, che Dante fa pronunciare a Ulisse quando il condottiero greco gli racconta come ha spronato la ciurma in vista dell’ultimo viaggio. In pochi, però, si concentrano su un’altra figura fondamentale nella trama dell’Odissea: la devota moglie Penelope che, in assenza del marito, è assediata da numerosi pretendenti decisi a sposarla per ottenere il trono. A Itaca non si sa più nulla di Ulisse ormai da anni e, non esistendo ancora né telefoni né social network, è facile pensare che sia morto. Penelope promette che sceglierà un nuovo sposo solo quando avrà terminato di tessere un sudario per il suocero, ma ogni notte disfa di nascosto ciò che ha tessuto durante il giorno, rimandando sempre la scelta. Ho sempre pensato che il disfare notturno e clandestino di Penelope fosse un buon esempio di quel meccanismo psichico che Freud chiamava "annullamento retroattivo": compiere ripetutamente un’azione per neutralizzare un’azione precedente. Penelope agisce consapevolmente e strategicamente, mentre altri lo fanno in maniera inconscia per annullare un pensiero disturbante attraverso un atto dal significato opposto. E’ in questo modo che alcuni arrivano a rilavarsi le mani nonostante siano già state lavate poco prima o a ricontrollare il gas che è già stato controllato cento volte: non per i risultati concreti di queste azioni ma per l'illusione di controllo che la ripetizione del gesto regala. E’ un’illusione che dura un solo istante, prima che il gesto chieda di essere ripetuto ancora. L’annullamento retroattivo è tipico della nevrosi ossessiva, condizione psichica che oggi si identifica con il disturbo ossessivo-compulsivo proprio perché è caratterizzata dalla presenza di ossessioni e compulsioni. L’ossessione è un pensiero vissuto come intrusivo e indesiderato e, nella maggior parte dei casi, è fonte di forte angoscia, per questo chi ne soffre tenta in ogni modo di ignorarla o scacciarla. Quando non ci riesce, compie altre azioni con lo scopo di neutralizzarla: compaiono così le compulsioni, che possono essere comportamenti ripetitivi oppure ulteriori pensieri (come una preghiera, un conteggio numerico, una ripetizione di determinate parole). La persona coinvolta non può farne a meno, è come se fosse obbligata, e questo finisce a volte per condizionare la sua esistenza. Le ossessioni e le compulsioni fanno perdere tempo, compromettono le relazioni sociali, impediscono di realizzare i propri obiettivi personali. Fortunatamente non si tratta di un disturbo molto frequente come quelli ansiosi o quelli depressivi, tuttavia colpisce pur sempre il 2-3% della popolazione (una prevalenza simile a quella della psoriasi, tanto per dirne una). Ma perché si arriva a soffrire di disturbo ossessivo-compulsivo? Come per molte malattie psichiatriche, le cause sono svariate ma tutte possono essere ricondotte all’interazione tra predisposizione genetica, alterazione di specifici circuiti cerebrali, squilibri neurochimici, processi di apprendimento e particolari modalità di elaborazione cognitiva. La combinazione di queste cose fa sì che il cervello fatica a interrompere pensieri e comportamenti, che vengono così percepiti come irresistibili. Spesso si rileva la tendenza ad attribuire un significato eccessivo ai propri pensieri, in modo da crearsi convinzioni che alimentano un circolo vizioso (ossessione – ansia – compulsione). Per molti anni si è ritenuto che il disturbo ossessivo-compulsivo fosse una forma di ansia, ultimamente invece si dà più risalto all’automatismo della compulsività: è vero che inizialmente l’ossessione determina ansia e che la compulsione serva a ridurla, ma poi diventa uno schema comportamentale eseguito anche quando si è  consapevoli della sua inutilità. Il contenuto delle ossessioni è molto variabile, anche se alcuni temi ricorrono più di altri: tipiche sono le ossessioni di contaminazioni a cui seguono rituali di pulizia, oppure quelle di simmetria, che si cerca di annullare attraverso compulsioni a contare, a ripetere, a mettere in ordine. In alcune persone le ossessioni prendono la forma di pensieri proibiti (aggressivi, sessuali) e si viene paralizzati dalla paura di poter fare del male agli altri. Molti riconoscono che le loro ossessioni non sono reali, mentre altri ne sono assolutamente convinti e, in questo caso, è difficile distinguere il disturbo ossessivo-compulsivo da un disturbo della sfera psicotica. Un’altra distinzione importante va fatta con il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, termine con cui si indica un modo di essere eccessivamente rigidi, dediti al perfezionismo e al controllo. Per quanto riguarda il trattamento, le principali linee guida pongono l’attenzione su tre punti: una buona psicoeducazione per aiutare a comprendere la natura del disturbo; la terapia cognitivo-comportamentale, in particolare la ERP (esposizione graduale alle situazioni temute evitando di mettere in atto le compulsioni); la farmacoterapia, soprattutto gli antidepressivi serotoninergici (nel disturbo ossessivo-compulsivo sono spesso necessari dosaggi più alti e tempi più lunghi rispetto alla depressione). Una revisione sistematica del 2014 ha evidenziato che, con questo tipo di trattamenti, dopo 5 anni il 53% dei pazienti non presentava più sintomi clinicamente significativi. Effettivamente, anche secondo la mia esperienza, con un trattamento precoce e adeguato molti pazienti ottengono un miglioramento significativo e una parte di loro raggiunge una remissione stabile. Il decorso, tuttavia, è spesso caratterizzato da oscillazioni, con possibili ricadute nei periodi di maggiore stress, motivo per cui il mantenimento delle strategie apprese durante la terapia rappresenta un elemento fondamentale della prognosi. Un film che rappresenta abbastanza fedelmente quello che accade in un disturbo ossessivo-compulsivo è “Qualcosa è cambiato” di James L. Brooks, che ha un lieto fine nonostante il protagonista non guarisca completamente. Il titolo del film non si riferisce infatti alla scomparsa del disturbo ma alla vita che il protagonista riesce a costruirgli attorno. I sintomi, infatti, potrebbero anche restare, purché non siano loro a scrivere il finale.

Obsessive-Compulsive Disorder
Heyman I, Mataix-Cols D, Finenberg NA
BMJ 2006 333(7565):424-9

Obsessive-Compulsive Disorder and body dysmorphic disorder: treatment
www.nice.org.uk/guidance/cg31

Long-term outcome of Obsessive-Compulsive Disorder in adults: a meta-analysis
Sharma E, Thennarasu K, Reddy IC
Journal of Clinical Psychiatry. 2014. 75(9):1019-27


05/07/2026