IL DELIRIO
All’inizio della mia carriera di psichiatra conobbi un ragazzo più giovane di me, avrà avuto vent’anni, di bell’aspetto, alto e con lunghi capelli lisci. Era spigliato, ironico e intelligente. Conduceva una vita salutare, non beveva e non si drogava perché era uno sportivo, aveva giocato a calcio fino a qualche anno prima. Da bambino si distingueva per il fiuto del gol, ne faceva a valanga. Era stato una piccola celebrità nel suo quartiere, la domenica mattina tanta gente andava a vederlo dominare l’area di rigore avversaria nelle categorie Pulcini, Esordienti, Allievi. Qualche squadra più importante si era anche interessata a lui, lo avevano tenuto d’occhio per diverso tempo. A 14 anni aveva fatto un provino per una squadra di serie A e purtroppo non era stato selezionato. Non aveva mai smesso di sognare anno dopo anno, sostenuto da amici e familiari, ma l’ambizione si era piano piano trasformata in ossessione. Era arrivato a visita da me quando, ormai da tempo, aveva appeso le scarpe al chiodo. Si era convinto che quella squadra di serie A, per la quale aveva sostenuto il provino tanti anni prima, in realtà lo aveva selezionato ma per diversi motivi il suo trasferimento era stato ostacolato. A volte attribuiva la colpa ai genitori che, secondo lui, non avevano voluto lasciarlo andar via di casa. Altre volte la colpa era del suo allenatore, che non voleva rinunciare ai suoi gol. Oppure poteva essere stata la politica perché, laddove c’è un complotto, a chi meglio dei politici può essere data la responsabilità? Il motivo per cui non era diventato un calciatore professionista cambiava sempre, quello che rimaneva costante era la ferma convinzione di essere vittima di una congiura. Questa idea aveva invaso ogni aspetto della sua vita, non riusciva più a svolgere alcuna azione in maniera spontanea perché gli sembrava sempre di essere osservato e giudicato. Niente e nessuno avrebbe potuto convincerlo dell’irrazionalità della sua idea, l’utilizzo della logica si mostrava completamente inutile. Si era chiuso in se stesso, aveva lasciato il calcio, non lavorava e non studiava. Avevo l’impressione che il suo pensiero deviasse dal tracciato della normalità, come un aratro che non segue più il solco del terreno. Non a caso gli antichi romani chiamavano “lira” il solco dell’aratro e “de-lirare” voleva proprio dire “uscire dal solco”. Il giovane calciatore aveva quindi un delirio, quel fenomeno che più di tutti è associato al concetto di follia (Karl Jaspers evidenziava che, per la gente, “delirante e malato di mente significano la stessa cosa”). I deliri non sono altro che convinzioni false e incrollabili, a prescindere dalle evidenze che ne negano la veridicità. Esistono varie forme di deliri a seconda del contenuto: nei deliri persecutori, come nel caso del giovane calciatore, ci si convince che qualcuno o qualcosa ce l’abbia con noi (da qui il termine “paranoia”, che in greco significa “fuori dalla mente”); nei deliri di grandezza (“megalomania”) si può credere di essere particolarmente virtuosi o, addirittura, di essere personaggi importanti (la classica barzelletta del tizio che si crede Napoleone); nei deliri di gelosia ci si concentra sull’infedeltà coniugale (eccetto quella volta che un paziente, che credevo affetto da questo sintomo, mi portò le fotografie della moglie con l’amante); nei deliri erotomanici si ritiene che una certa persona sia innamorata di noi, senza che questo sia neanche lontanamente vero; nei deliri somatici il tema centrale coinvolge il corpo, come la certezza di avere una malattia o una caratteristica fisica deformata. Esistono poi tanti altri tipi di deliri, come quelli di colpa o di povertà, e spesso coesistono tra di loro due o più forme. Il vero problema, nella storia della psichiatria, è sempre stato quello di distinguere il pensiero delirante da una convinzione radicata in mancanza di evidenze oggettive. Pensiamo, ad esempio, alle credenze religiose o alle superstizioni: spesso possono apparire bizzarre e fantasiose ma, a seconda della cultura di appartenenza, acquisiscono un senso differente. Spesso il contenuto del delirio è inverosimile o assurdo, ma non sempre: può capitare di convincersi di qualcosa che potrebbe anche essere plausibile, nonostante la sua mancanza di riscontri oggettivi. I punti su cui ci si basa maggiormente per distinguere un’idea delirante dalla realtà sono l’assoluta certezza di tale convinzione (al punto da non avere bisogno di alcuna prova) e l’impossibilità di confutarla attraverso l’evidenza e la logica. Karl Popper sosteneva che una teoria è valida soltanto se ne può essere dimostrata la sua falsità e, per la persona delirante, questo non sarà mai possibile: il giovane calciatore non si sarebbe persuaso neanche se a parlargli fosse stato direttamente un dirigente della squadra di serie A. Il delirio può avere un impatto devastante nella vita di una persona, lo trasporta in un mondo parallelo dove gli altri non hanno accesso e ne condiziona ogni istante. Da qui la necessità di comprenderne il senso e il significato, alla ricerca di una via per riportare l’aratro lungo il solco.
Psicopatologia generale.
Karl Jaspers
Il Pensiero Scientifico Editore. 1964
