IL COMPLESSO DI EDIPO
Si narra che a Tebe il figlio del re Laio avesse un curriculum da incubo ancora prima di nascere. L’oracolo di Delfi infatti aveva profetizzato che, da grande, avrebbe ucciso il padre per sposare poi la propria madre. Una notizia del genere guasterebbe la gioia di chiunque, figuriamoci a un sovrano dell'antica Grecia poco avvezzo alla pazienza. Laio non se la sentì di aspettare gli eventi, così fece forare i piedini del neonato con un chiodo e lo chiamò Edipo (dal greco “oidípous”, piedi gonfi). Lo affidò quindi a un pastore, con l'ordine di abbandonarlo su un monte a morire di fame e di sete o divorato da un lupo. Il pastore, mosso a compassione (o forse solo a pigrizia nell'eseguire ordini scomodi), lo passò invece a un collega che lo portò fino a Corinto, dove il re e la regina lo allevarono come loro erede senza mai dirgli la verità. Edipo crebbe quindi convinto di essere chi non era ma, da adulto, una voce malevola gli mise un dubbio sulle proprie origini. Per togliersi la curiosità, andò anche lui a interrogare l'oracolo di Delfi ed ebbe una risposta identica a quella ricevuta anni prima da suo padre: “ucciderai tuo padre, sposerai tua madre!”. Terrorizzato, decise di non tornare mai più a Corinto, ignorando però (e qui sta il cuore della tragedia) che Corinto non era affatto casa sua. Lungo la strada per Tebe incrociò un anziano nobile e il suo seguito: ne scaturì una lite per una banale questione di precedenza ma la cosa finì male, perché Edipo uccise il vecchio che in realtà era Laio, il suo vero padre. Arrivato a Tebe, liberò la città da una Sfinge risolvendone l'enigma e, come premio, sposò Giocasta, la regina vedova, che in realtà era la sua vera madre. Anni dopo, con quattro figli all'attivo e una pestilenza che flagellava la città come punizione per un delitto rimasto impunito, Edipo si mise a indagare sul proprio stesso caso, fino a scoprire la tragica verità. Giocasta si impiccò, lui si accecò con le proprie mani e se ne andò in esilio: una storia che definire "drammatica" è quasi un complimento. Più di duemila anni dopo, uno psichiatra viennese si imbatté in questa tragedia e vi riconobbe qualcosa che gli sembrò universale: un nucleo affettivo, fatto di amore e rivalità, che riguardava ogni bambino nei confronti dei propri genitori. Sigmund Freud chiamò questo nucleo “complesso di Edipo”: secondo la sua teoria classica, tra i tre e i sei anni il bambino svilupperebbe un desiderio intenso verso il genitore di sesso opposto e una rivalità ambivalente verso quello dello stesso sesso, percepito come un ostacolo. La risoluzione di questo conflitto, attraverso un processo di identificazione con il genitore rivale, sarebbe alla base della formazione del Super-io e dell'identità sessuale adulta. Per quanto chi vi scrive si reputi un appassionato di mitologia, non può però abdicare al dovere di onestà su cui si fonda la professione medica: sono costretto quindi a specificare che la teoria di Freud, per quanto affascinante e culturalmente fortunatissima, non ha mai trovato un riscontro empirico solido. Quando, decenni dopo, alcuni psicologi hanno provato a testare concretamente la previsione centrale della teoria, cioè che il conflitto tra genitori e figli segua linee dello stesso sesso, padre contro figlio, madre contro figlia, i risultati non sono stati clementi. Analizzando dati reali su conflitti e violenze familiari, è stato dimostrato che in realtà non emerge questa contingenza. Più di recente, è stato proposto di rileggere certe dinamiche affettive infantili non attraverso il desiderio sessuale verso un genitore ma attraverso il concetto di conflitto naturale legato alla distribuzione delle risorse e dell'attenzione. Un bambino può vivere gelosie, rivalità, alleanze e tradimenti nel piccolo teatro della famiglia, ma che tutto questo nasca da un desiderio sessuale inconscio verso un genitore è un'ipotesi che la scienza, finora, non ha mai confermato. Questo non significa che il complesso di Edipo sia da buttare come ricordo di un'epoca ingenua della psicologia, resta pur sempre una metafora potente per parlare di un processo che esiste davvero, il modo cioè in cui un bambino si separa gradualmente dai genitori per formare la propria identità. Molti psicoterapeuti (me compreso) continuano a trovarlo utile come immagine, come lente narrativa attraverso cui leggere certe dinamiche familiari, purché si resti consapevoli che si tratta di un mito, appunto, e non un meccanismo neurobiologico verificato. Edipo purtroppo non aveva nessuno a cui raccontare la propria storia prima che fosse troppo tardi. Noi, fortunatamente, quello spazio possiamo ancora costruirlo, cercando di non accecarci per vedere finalmente la verità.
Is parent-offspring conflict sex-linked? Freudian and Darwinian models.
Daly M, Wilson M
Journal of Personality, 1990, 58(1), 163–189
Children's affectionate and assertive attitudes towards their parents: the Oedipus complex or parent–offspring conflict?
Türkarslan KK
Integrative Psychological and Behavioral Science, 2022. 56, 653-673
