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IL CINEMA INTERIORE

IL CINEMA INTERIORE

Il cinema italiano è sempre stato un pilastro fondamentale nel panorama culturale mondiale, soprattutto grazie alla capacità di rappresentare con sguardo critico la realtà sociale e politica. Il neorealismo di Rossellini, De Sica e Visconti, raccontava il Paese ferito dalla guerra, poi il cinema degli anni Settanta di Petri, Rosi e Damiani prese a descrivere il potere, la violenza, la corruzione e i conflitti ideologici. Anche quando si faceva più visionario e poetico, con Fellini e Antonioni, il cinema italiano ha mantenuto sempre un legame con le tensioni della società. Qualcosa, però, sembra che negli ultimi anni sia cambiato: se andiamo a scorrere la lista dei candidati al David di Donatello, il principale premio cinematografico italiano, vediamo che i film in lizza per la vittoria hanno una caratteristica in comune. Tutti ruotano infatti attorno a singoli individui costretti a confrontarsi con passaggi esistenziali irreversibili. In “Cinque secondi” di Virzì il tema centrale è il senso di colpa; “La grazia” di Sorrentino affronta un conflitto interiore; “Le assaggiatrici” di Soldini trasforma una vicenda storica in una riflessione sulla fragilità individuale; “Le città di pianura” di Sossai esplora una dimensione di deriva esistenziale, quasi di nomadismo emotivo; “Fuori” di Martone già dal titolo suggerisce il tema dell’esclusione e della ricerca di una posizione nel mondo. In ognuno di questi film, i personaggi sembrano aver perso il proprio baricentro e cercano una forma di riconciliazione con se stessi, con la propria storia o con il mondo esterno. È il passaggio definitivo dal cinema sociale del passato a quello esistenziale, fragile, contemplativo di oggi. D’altronde il cinema è sempre stato uno specchio del reale e questo cambiamento di prospettiva riflette un cambiamento più ampio dell’intera società. Per buona parte del secolo scorso, le persone costruivano la propria identità attraverso le esperienze collettive, dalla politica alla religione, dalle lotte di classe ai movimenti culturali. Negli ultimi anni, però, si è assistito al progressivo declino delle grandi strutture collettive e la società si è sempre di più individualizzata. Questo, se da un lato ci ha reso liberi, ci ha inevitabilmente lasciato più soli nella costruzione dell'identità personale. I nostri nemici, come raccontano bene i film candidati al David, non sono più i sistemi politici o le ingiustizie sociali, bensì il vuoto, il senso di colpa, la perdita di significato, la difficoltà di capire chi si è davvero. La mancanza di punti di riferimento ci impedisce di riconoscere quel filo conduttore che unisce ciò che siamo a ciò che siamo stati e a ciò che potremmo diventare, ostacolando la percezione di una continuità personale. Avere un’identità stabile non significa essere sempre uguali e non cambiare mai, ma riuscire a mantenere una coerenza interna nonostante le trasformazioni che la vita inevitabilmente ci pone davanti. Quando la stabilità si incrina, aumenta la sensazione di frammentazione ed è lì che ci si inizia a sentire privi di una direzione. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato come una scarsa chiarezza della propria identità personale (la cosiddetta “Self-Concept Clarity”) sia associata a maggiore instabilità emotiva e minore benessere psicologico. Alla luce di questi dati, risulta evidente la necessità di sviluppare nuovi strumenti che aiutino a trovare una continuità interiore anche in un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui. Una delle strategie più importanti è quella di costruire una narrazione coerente della propria vita, non nel senso di inventarsi una storia lineare ma di dare un significato alle proprie esperienze. Il filosofo francese Paul Ricoeur parlava di “identità narrativa” per descrivere la capacità degli esseri umani di percepire la propria esistenza come un racconto sufficientemente coerente nel tempo. La psicoterapia, in fondo, lavora proprio su questo aspetto: aiutare il paziente a riorganizzare eventi traumatici, perdite, crisi, dentro a una storia personale che torni ad avere un senso. Oggi siamo continuamente spinti a reinventarci, a migliorarci e a cambiare versione di noi stessi, ma il benessere non nasce dalla trasformazione continua quanto, piuttosto, dalla capacità di cambiare senza perdere completamente il contatto con ciò che ci rende riconoscibili. Nel film “La grazia”, ad esempio, il protagonista si trova davanti a una scelta che rischia di incrinare l’immagine di sé che lui stesso si è costruito nel tempo. Questo lo porta a riconsiderare il rapporto tra il suo ruolo istituzionale e i propri valori personali, fino a comprendere (forse… le sceneggiature di Paolo Sorrentino lasciano sempre spazio alle interpretazioni!) che si può anche cambiare completamente direzione, a patto di non perdere il legame con ciò che sentiamo autenticamente nostro.

Campbell JD et al.
Self-concept clarity: Measurement, personality correlates, and cultural boundaries.
Journal of personality and social psychology. 1996 Jan;70(1):141.

Coutts JJ, Al-Kire RL, Weidler DJ
I can see (myself) clearly now: Exploring the mediating role of self-concept clarity in the association between self-compassion and indicators of well-being
PLoS One. 2023. 18(6):e0286992

Immagine tratta dal film La grazia © PiperFilm


06/05/2026