DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITA'
Pochi giorni fa, a Modena, un uomo ha investito deliberatamente dei pedoni in pieno centro storico. Sono rimaste ferite otto persone, di cui alcune sono ancora gravi e lottano tra la vita e la morte. Fin dalle prime ore dopo l’episodio, è stato diffuso il nome dell’autore del gesto: si tratta di un uomo trentunenne, residente in provincia di Bergamo, laureato, senza precedenti penali. I mass media non hanno tardato a evidenziare le sue origini marocchine, facilmente desumibili dal nome stesso. Questo naturalmente ha scatenato alcuni politici appartenenti a una certa area politica, i quali hanno subito collegato il caso al tema dell’immigrazione, parlando ancora una volta di fallimento dell’integrazione. Nel frattempo si è venuto a sapere che l’uomo si era rivolto a un Centro di Salute Mentale qualche anno prima e, a questo punto, la situazione si è ribaltata. Gli esponenti dell’area politica opposta a quella di prima non hanno perso tempo ad evidenziare il presunto collegamento tra malattia mentale (perché, per tutti, rivolgersi a un Centro di Salute Mentale equivale a essere malati di mente) e violenza. Dalla dimensione razzista (“lo ha fatto perché arabo”) si è passati allo stigma sulla psichiatria (“lo ha fatto perché pazzo”): in fondo, questa è una narrazione più inclusiva, sta bene a tutti, a quelli di destra e a quelli di sinistra. Pensare che si possa delegare la spiegazione di un fenomeno difficile da comprendere alla presenza di un'alterazione cerebrale che non ci fa più essere padroni di noi stessi è molto consolante. Da una parte, ci permette di allontanare da noi ogni tipo di responsabilità (se tutto è dovuto a un neurone malato, che colpa può avere la società – la politica, i mass media, ognuno di noi nella nostra vita quotidiana?), dall’altra ci rende più facile trovare un capro espiatorio che stia bene a tutti. In questi giorni mi è capitato di ascoltare arguti commentatori televisivi, sostenitori della tesi del neurone malato, che si chiedevano addirittura come facesse quest’uomo ad avere ancora la patente. E se lo domandavano proprio in nome della cultura inclusiva e progressista, nel nome di una visione di società equa e non discriminante. Forse ignoravano che, in un anno, le persone che in Italia frequentano un Centro di Salute Mentale arrivano quasi a un milione: dovremmo per caso togliere la patente a tutti loro? Effettivamente, se lo scopo fosse solo quello di ridurre le polveri sottili, sarebbe una buona idea. Da ieri i mass media azzardano anche una diagnosi, che sarebbe stata fatta tempo addietro all’uomo in questione: si parla di un disturbo schizoide di personalità. Non appena è stato pronunciato il prefisso “schizo” il processo alla malattia mentale si è intensificato, come se questo bastasse già a chiudere il caso. E la parte politica avversa, quella del no all’immigrazione, continua a combattere sullo stesso terreno: non prova a far riflettere sull’automatismo di associazione tra disturbo psichiatrico e violenza (che pure era un suo cavallo di battaglia mezzo secolo fa, quando si opponeva alla chiusura dei manicomi) ma minimizza la componente clinica per accentuare quella cultural-religiosa. C’è da dire che anche i pochi “esperti” intervistati sul caso, chissà perché sempre provenienti dal mondo accademico e dall’apice delle istituzioni, non hanno fatto nulla per evitare tale riduzionismo. Qualcuno ha persino detto che, molto probabilmente, l’episodio è avvenuto perché il soggetto non assumeva i farmaci necessari. Di nuovo quella convinzione, mai sopita del tutto, che i farmaci non servano alla cura ma al controllo. Ci risiamo. E se nessuno spiega in cosa consiste davvero il disturbo schizoide di personalità, ammesso e non concesso che sia questa la diagnosi dell’uomo, allora non ci resta che provare a farlo qui. Iniziamo col dire che il disturbo di personalità non è un vero e proprio disturbo psichiatrico, perché la personalità è una parte di noi, definita dal modo in cui viviamo le emozioni, costruiamo le relazioni e affrontiamo i problemi. In pratica, dal significato che diamo a ciò che ci accade nella vita. A volte capita che il nostro modo di essere devii marcatamente rispetto alla norma e che tale deviazione comprometta significativamente il nostro funzionamento nella vita quotidiana. Il fatto stesso che un disturbo di personalità derivi dalle caratteristiche intrinseche di un individuo, rende conto della scarsa efficacia dei comuni farmaci utilizzati in psichiatria nella loro cura. Per nessun disturbo di personalità, infatti, è mai stata trovata una cura farmacologica che abbia mostrato solide evidenze scientifiche di efficacia. Certo, i farmaci possono aiutare a gestire alcuni aspetti del disturbo, come le alterazioni dell’affettività, ma non sono mai completamente risolutivi. Il disturbo schizoide di personalità è caratterizzato dal distacco dalle relazioni sociali e da una ridotta capacità di esprimere le emozioni. La persona affetta da disturbo schizoide di personalità è, in genere, estremamente solitaria, non ha particolari interessi, niente gli dà gioia, poco gli importa del giudizio degli altri. Appare spesso come una persona fredda, indifferente a tutto e a tutti. Non si tratta affatto di un disturbo raro, si calcola che ne sia affetto dall’1 al 4,9% della popolazione. Il problema maggiore nel trattamento di questo disturbo è che spesso i pazienti non riconoscono di avere un problema, perché per loro l’isolamento non causa sofferenza, anzi. Nessun trattamento sperimentato ha mai mostrato una grande utilità, le uniche evidenze di efficacia sono state date dalla riduzione dei conflitti interpersonali (spesso frequenti, dato che i comportamenti disadattivi causano stress agli altri, più che a se stessi) e dal miglioramento delle condizioni socioeconomiche. Forse ci rassicura pensare che basti una diagnosi, una religione o un’origine geografica per spiegare ciò che non comprendiamo, ma la mente umana è quasi sempre più complessa delle storie che ci raccontiamo per avere meno paura. Le tragedie umane raramente hanno una sola causa: sono le semplificazioni, invece, ad averne sempre una.
Triebwasser J, Chemerinski E, Roussos P, Siever LJ
Schizoid Personality Disorder
Journal of Peronsality Disorder. 2012. 26(6):919-926.
© Foto di Anton Kotlovskij
