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DELITTO E CASTIGO

DELITTO E CASTIGO

I classici della letteratura sono quei romanzi considerati modelli esemplari della tradizione culturale, punti di riferimento non solo  per l’epoca in cui sono stati scritti ma anche per quelle successive. Perché possa essere considerata classica, un’opera letteraria deve infatti sopravvivere allo scorrere del tempo e continuare ad essere letta e studiata anche oltre il contesto storico in cui è stata prodotta. Calvino diceva che un classico è “un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire” e, in effetti, ad ogni generazione sembra raccontare qualcosa di nuovo. Non necessariamente i classici hanno ricevuto grandi consensi nel periodo in cui sono stati prodotti e questo li rende molto diversi dai libri di successo. Questi ultimi sono perfettamente allineati con la loro epoca, sia in termini di idee che di forma, ed è proprio per questo che arrivano facilmente al grande pubblico. I classici invece sono spesso scomodi per i loro contemporanei, come se contenessero qualcosa che va al di là del loro momento storico, ma è proprio questa caratteristica a renderli immortali. Uno dei classici più classici di tutti è, senza dubbio, “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij. Un romanzo che mette in soggezione al solo sentirne pronunciare il titolo. Quando si decide di avventurarsi nella lettura di un’opera così maestosa, di oltre 600 pagine, scritta in Russia 160 anni fa, si deve avere o una grande motivazione culturale o una perversione masochistica. E invece, sorpresa: già dopo poche righe ci si accorge che la storia scorre piacevolmente, Dostoevskij usa un linguaggio  contemporaneo (e già qui verrebbe da pensare a come possa essere stato stato accolto dal lettore medio dell’800, che immagino appartenere alla nascente alta borghesia, tipo un commerciante di vestiti che accetta il consiglio letterario della vecchia contessa decadente) e, almeno nella scena clou della storia (che prende quasi un terzo del romanzo), risulta avvincente come un film di Tarantino o dei fratelli Cohen. Ma l’aspetto che colpisce maggiormente in “Delitto e castigo” è che la vicenda narrata è principalmente la battaglia interiore del protagonista Raskil'nikov. Dostoevskij entra nella sua testa e ce ne mostra i fantasmi interni, le contraddizioni, le difese, i sistemi motivazionali. Tutto questo ben prima di Freud e della psicoanalisi, figuriamoci della psicologia moderna. Quando viene pubblicato questo romanzo, infatti, la psicologia come disciplina scientifica non esiste ancora e a occuparsi della mente sono soltanto i filosofi. Leggendo il libro, partecipiamo alla nascita e alla sedimentazione di un pensiero, quello che porterà Raskol’nikov alla perdizione e finanche alla malattia. Ci ammaliamo progressivamente insieme a lui, perché verso la fine del romanzo non avremo più certezze, non sapremo più chi è vittima e chi è colpevole, dove finisce la mente del personaggio e dove comincia la nostra. Dalla prima all’ultima pagina, “Delitto e castigo” è un manuale di psicopatologia che descrive perfettamente fino a dove può spingersi la nostra mente. Le prime pagine descrivono la nascente alienazione che porta all’isolamento sociale del protagonista, il quale prova a difendersi sviluppando un’ideazione grandiosa megalomanica che lo porterà a un punto di non ritorno. Una volta attraversato questo confine immaginario, compare una sorta di dissonanza cognitiva in cui l'esperienza emotiva contraddice la razionalizzazione, portandolo a una vera e propria scissione dell'identità. A un certo punto, è come se esistessero due Rashkalnikov, uno teorico e freddo, l’altro travolto dalle emozioni: ma non è quello che accade a tutti noi nei momenti di maggiore stress? Compaiono poi la paranoia e le allucinazioni, descritte meglio di qualsiasi trattato di psichiatria, fino ad arrivare al riconoscimento del senso di colpa. Soltanto attraverso quest’ultima fase riuscirà, forse, a redimersi e a iniziare un percorso di trasformazione che non è altro che la ricostruzione dell’identità frammentata. In definitiva, un romanzo illuminante che non deve spaventare ma che può aprire diverse porte di conoscenza sul funzionamento della mente e, di conseguenza, su noi stessi. E se uno non avesse voglia o tempo di immergersi in un viaggio così utile ma così faticoso? Se si preferisse anestetizzarsi davanti all’ennesima serie televisiva? Non disperiamo, possiamo attingere cultura da ogni fonte. In fondo parliamo di un essere umano che, vinto dalla frustrazione del fallimento personale, decide di commettere un crimine e trasformare la propria identità, inizialmente sviluppando una teoria per autorizzarsi a violare la propria morale per poi scoprire che la mente non è progettata per convivere con quella teoria. Io questa storia l’avevo già riconosciuta mentre guardavo proprio una serie televisiva: la parabola di Walter White in “Breaking Bad”. Allora è vero che un classico è tale perché continua a vivere sotto altre forme, anche quando non ce ne accorgiamo. Buona lettura, o buona visione.


15/04/2026