ARTEMIS II E IL BISOGNO DI ESPLORAZIONE
L’Italia non si qualifica ai Mondiali, bombardamenti intensi su obiettivi strategici in Iran, nuove indiscrezioni sul caso di Garlasco. Poi, a margine, l’occhio cade su quell’altra notizia: la missione Artemis II ha iniziato la manovra di ritorno dalla Luna, dopo aver battuto il record di distanza massima dalla Terra mai raggiunta da esseri umani. Di certo è una notizia che suscita meno scalpore del rigore sbagliato da Cristante, eppure la foto dell’astronauta Christina che osserva la sagoma del nostro pianeta dal finestrino dell’astronave è una delle immagini più meravigliose di sempre. Nel 1969, ai tempi delle prime missioni lunari, il mondo intero rimase col fiato sospeso ad ascoltare Neil Armstrong che diceva “Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità!”. Tutto sembrava più sorprendente e c’era davvero la speranza che qualcosa potesse cambiare, soprattutto nel modo in cui gli esseri umani vedono loro stessi. Cinquantasette anni dopo il mondo è disilluso, niente ormai ci stupisce, fa più sensazione un omicidio di provincia che una strage di bambini. Siamo purtroppo consapevoli che la visione della Terra dallo spazio, prova lampante che in natura non esistono confini e dimostrazione palese della nostra irrilevanza rispetto al cosmo, non cambierà nulla di quello che siamo diventati: guerre, inquinamento, disuguaglianze, ecc. Ma, nonostante questa certezza, non ci arrendiamo, investiamo tempo e denaro per spingerci sempre un po’ più in là, alla ricerca di quelle che Ulisse, per bocca di Dante, chiamava “virtute e canoscenza”. Come genere umano, affrontiamo mille difficoltà e mettiamo a rischio le nostre vite soltanto per sapere un grammo in più di quello che già sappiamo. Il motivo per cui lo facciamo, però, è meno poetico di quello che sembra: a guidarci nel continuo desiderio di scoperta è una piccola molecola che agisce nel nostro cervello, la cui formula chimica è C8H11NO2, per gli amici “dopamina”. Molti credono che questo neurotrasmettitore, coinvolto nel sistema della gratificazione, aumenti semplicemente quando otteniamo una ricompensa. In realtà la dopamina aumenta quando la ricompensa ottenuta è significativamente maggiore di quella attesa. Non è quindi la ricompensa in sé a spingerci verso l’ignoto, ma la possibilità che qualcosa superi le nostre aspettative. Il cervello impara a cercare proprio questa discrepanza e, poiché le sorprese si trovano raramente nelle cose già note, finiamo per orientarci verso ciò che ancora non conosciamo. D’altronde il nostro cervello è un sistema di previsione continua, impegnato costantemente a ridurre l’incertezza e questo lo può fare soltanto in due modi: evitando l’ignoto e rimanendo nella zona di comfort oppure, al contrario, esplorando ciò che non conosce per renderlo più comprensibile. E’ come se una parte di noi ci spingesse continuamente in avanti mentre l’altra provasse a trattenerci. Il desiderio di scoperta deve fare spesso i conti con il bisogno di sicurezza, ma esplorare vuol dire esporsi al rischio di fallire. Ci muoviamo sempre in bilico tra queste due tensioni, ed è il risultato di questo dualismo che determina il nostro movimento finale: ci spostiamo o rimaniamo fermi? La storia dell’umanità ci ha insegnato che rimanere fermi troppo a lungo porta a decadenza e impoverimento: pensiamo al periodo dopo la caduta dell’Impero Romano, quando gli uomini hanno smesso di esplorare e si sono frammentati, riducendo tutti gli scambi di conoscenze. La società è regredita rapidamente e i risultati raggiunti fino ad allora sono andati perduti. E’ quello che ci accade anche individualmente, in fondo sintomi come la depressione o l’ansia potrebbero essere letti come il risultato del blocco dei sistemi motivazionali che ci spingono all’esplorazione. Nella depressione non si ha più l’elemento curiosità, mentre nell’ansia a bloccarci è la paura delle conseguenze. In psicologia per “bisogno di cognizione” si intende l’inclinazione di una persona a svolgere attività cognitive impegnative: è stato dimostrato che c’è una correlazione negativa tra bisogno di cognizione e sintomi ansioso-depressivi, per cui la curiosità è senza dubbio un fattore protettivo per lo sviluppo di questi disturbi. Alla luce di questi dati, la fotografia di Christina che osserva la Terra da lontano assume un significato ancora più potente. Non è soltanto l’immagine di una conquista tecnologica ma rappresenta qualcosa che ci riguarda da vicino. Il vero motivo per cui continuiamo ad esplorare e ad essere curiosi è che smettere di farlo significherebbe smettere di essere ciò che siamo. Christina, pur a 406 mila chilometri di distanza, non è così distante da noi, è solo un po’ più avanti.
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Curiosity Helps: Growth In Need for Cognition Bidirectionally Predicts Future Reduction In Anxiety and Depression Symptoms Across 10 Years
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*foto dal profilo Instagram di Christina Hammock Koch @astro_christina
